Italo Buratto non c'è più.

L'anno scolastico 2000/2001, che doveva aprirsi all'insegna dell'ottimismo e della fiducia, della valorizzazione delle opportunità offerteci dall'autonomia e dall'unificazione con la sezione associata di Melegnano, inizia invece sotto il peso dell'irrimediabile perdita di un amico e collega di capacità professionale e sensibilità umana assolutamente non comuni.

Non sono certamente io - che purtroppo sono stato il suo ultimo preside, e per un solo anno - la persona più indicata a commemorarlo: anche se fin dagli anni dell'università lui è stato per me un esempio e un modello da emulare. Non lo conoscevo personalmente, ma le nostre nonne erano amiche: io, di qualche anno più giovane, dovevo seguire la traccia dei suoi trenta e del suo centodieci e lode. Ricordo di aver letto la sua tesi di laurea sui romanzi di appendice pubblicati (se la memoria non mi inganna) nel periodico ottocentesco "Il Secolo". Di quel lavoro non rammento certo, a distanza di un quarto di secolo, tutti i particolari: ma ricordo distintamente che la lettura di quel saggio evidenziava la statura culturale dell'autore, la sua capacità non comune di analisi e di interpretazione critica, la grande padronanza dello stile. Sono qualità, queste, che a distanza di anni, entrando a contatto diretto con lui e seguendo la sua attività professionale, ho puntualmente ritrovato: trasfuse in un'interpretazione personale e originale del mestiere di insegnante.

Non so quanto avesse studiato, lui, di pedagogia o psicologia teorica. So però che il rapporto che istituiva con gli studenti era esemplare; riusciva a trovare, con tutti, un terreno di intesa e degli interessi da valorizzare: tanto che mi disse un giorno che per far ciò aveva sempre "prostituito" (disse proprio così) la sua materia, ricercando innumerevoli, originali e motivanti percorsi di ricerca.

Gli studenti stravedevano per lui. Lo scorso inverno, durante una sua assenza per malattia, venne da me una sua studentessa (non studiosissima), allarmata per aver sentito dire che Buratto non sarebbe più tornato per tutto l'anno; avendola io rassicurata, lei rispose: "Meno male: senza di lui sarebbe da impazzire". Espressione iperbolica, certo, ma che conferma la sua capacità di stabilire fecondi rapporti umani e di valorizzare le giovani persone con cui si trovava a contatto.

Francamente non so se - su questa capacità di costruire rapporti - Italo avrebbe potuto tenere un corso di aggiornamento e trasmettere ad altri questa sua capacità: perché mi dava l'impressione che questo suo modo di rapportarsi fosse il frutto di un tratto naturale ed istintivo, piuttosto che di studio e di riflessione teorica. Sta di fatto che egli attuava pienamente quel principio ormai affermato, per cui la disposizione affettiva non è soltanto condizione preliminare dell'apprendimento, ma addirittura una componente fondamentale di tale processo.

Rimpiango di non aver avuto la possibilità di annoverarlo fra i miei stretti collaboratori: speravo che la malattia gli desse tregua, e quindi la possibilità di tornare a "lavorare sul serio", come mi disse di voler fare per quest'anno.

Concludo queste mie note - di cui percepisco tutta l'inevitabile inadeguatezza - ricordando che nello scorso mese di settembre Ferdinando Sacco, scorrendo insieme a me l'elenco dei docenti, al nome di Buratto picchiò tre volte il dito e scandì: "Bravo, bravo, bravo!", facendomi venire in mente l'"Est, est, est!" che, per tradizione secolare, contraddistingue il vino più buono di Montefiascone.

Chiedo scusa per l'irriverenza del paragone: ma nutro la certezza che Italo, con la sua controllata arguzia, lo avrebbe apprezzato.

Addio, Italo, ti sia lieve la terra.

San Donato Milanese, 4 settembre 2000