Piazza Fontana, 40 anni dopo

 

Mi farebbe molto piacere che non passasse inosservato il quarantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana, che il 12 dicembre 1969 costò la vita a 17 persone, la cui sola colpa era quella di trovarsi all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, a Milano.

Sotto un tavolo situato nel salone in cui, per consuetudine, si radunavano ogni venerdì pomeriggio per uno scambio di idee numerosi imprenditori agricoli, una mano a tutt’oggi ignota collocò l’ordigno esplosivo che provocò la strage.

Ricordo distintamente che quel pomeriggio stavo studiando nella mia camera (ero in terza liceo) e ricordo molto bene anche il rumore dell’esplosione, arrivato fin lì nonostante la mia abitazione si trovasse oltre la cerchia filoviaria, dunque a qualche chilometro di distanza dal luogo dell’esplosione. Pochi minuti dopo, iniziarono a urlare le sirene delle autoambulanze che, dalla vicina sede della “Croce d’Oro”, si recavano verso il luogo della strage. 

Fu per Milano un vero colpo al cuore della città, perché gli infami attentatori, per collocare i loro ordigni, avevano scelto luoghi e persone altamente simbolici e ricchi di significati.

Si colpirono le banche (un altro ordigno fu trovato, e fatto frettolosamente brillare, in Piazza della Scala, alla Banca Commerciale Italiana), cuore del sistema economico allora in continuo sviluppo; si uccisero degli imprenditori, protagonisti del boom economico di allora; si scelse Piazza Fontana fors’anche per la sua prossimità all’Università Statale di via Festa del Perdono, sede del Movimento Studentesco protagonista del ’68 italiano, nel tentativo di addossare alle frange estreme di quel movimento (gli anarchici) le responsabilità dell’attentato.

Soprattutto, si scelse di colpire la capitale economica del Paese, quella Milano che oggi “noi vecchi” vagheggiamo in un ricordo un po’ nostalgico: città operosa ed orgogliosa del proprio sviluppo, governata da un’amministrazione efficiente; città duramente colpita dalla guerra (la cui fine non era poi così lontana), che aveva saputo risollevarsi grazie all’intraprendenza dei Milanesi; città contraddistinta da un’alto senso della moralità, grazie a un’etica del lavoro e del sacrificio diffusa in tutti gli strati sociali;  città accogliente, che riceveva e alloggiava, pur con fatica e contraddizioni, le masse operaie in arrivo dal Sud; città integrata nel sistema industriale e sul mercato europei, a cui guardavano costantemente tantissimi imprenditori ricchi di fantasia e di iniziativa.

La bomba di Piazza Fontana segnò per sempre la città; oggi, col senno di poi, si può anche affermare che rappresentò una perdita di innocenza, il punto di inizio di un’involuzione. 

Ai funerali di stato, purtroppo i primi di una lunga serie, partecipai insieme a tutti i miei compagni (fra le vittime della strage vi era il padre della nostra insegnante di Lettere) e non fu una scampagnata, come erano state tante altre manifestazioni utili a evitare qualche giorno di scuola: l’atmosfera era cupa, la giornata – come spesso a Milano – grigia, Piazza del Duomo affollata e militarmente occupata da polizia e carabinieri, accesso alla Cattedrale transennato; regnavano il silenzio e il raccoglimento, ma soprattutto lo sgomento e l’incredulità. 

La strage del 12 dicembre 1969 fu l’inizio di una triste stagione di violenza e di odio.

Pochi giorni dopo (il 15 dicembre) morì in Questura l’anarchico Giuseppe Pinelli, volando giù da un balcone durante una pausa degli interrogatori a cui erano sottoposti gli anarchici, i primi sospettati dell’attentato: malore? suicidio? o addirittura omicidio?

Mistero mai chiarito: ma per gli estremisti di sinistra il commissario di polizia Luigi Calabresi fu sbrigativamente definito “assassino”, e contro di lui fu montata un’insistente campagna di stampa, una continua incitazione all’odio che si concluse due anni e mezzo dopo con il suo assassinio sotto casa, il 17 maggio 1972.

Una lunga scia di sangue segue dunque la strage di Piazza Fontana: un torbido miscuglio di derive estremistiche che sfociano nel terrorismo “rosso” e in quello “nero”, di attentati di cui non si individuavano mai i colpevoli, di trame eversive dei servizi segreti; uno stillicidio quotidiano di aggressioni per la strada, di manifestazioni di piazza con violenti scontri con la polizia: e, ovviamente, giovani vittime lasciate sul terreno.

Erano giovani della vostra età o poco più: poliziotti come Antonio Annarumma e Antonio Marino, studenti come Claudio Varalli, Giannino Zibecchi, Sergio Ramelli, Saverio Saltarelli, Franco Serantini, Roberto Franceschi, Alberto Brasili… e quanti altri nomi si potrebbero citare!

Non dimenticatelo e non dimenticateli.

Opera, 11 dicembre 2009