EMPATICI E SUPPORTIVI

 

 

Poiché ci accingiamo a riprendere contatto con i genitori (assemblee e consigli di clas­se, col­lo­qui individuali a domanda della famiglia, o formale convocazione per i re­probi), vale la pe­na di svolgere qualche considerazione su un aspetto del nostro lavoro tanto delicato quanto  non sempre gestito con la dovuta attenzione.

Esistono svariate pubblicazioni e corsi di formazione che enfatizzano l’importanza stra­te­gi­ca del rapporto docente-alun­no, mentre molto meno, o quasi nulla, si scrive e si dice sul rap­por­to con i genitori: an­che se nei fatti alla collaborazione con la famiglia (o più spesso “del­la” famiglia) noi attribuiamo un’importanza notevole, spesso decisiva, per il successo for­ma­ti­vo.

Purtroppo non ho il tempo di proporvi la trattazione approfondita e sistematica che un te­ma di questa rilevanza meriterebbe; vado quindi, come di consueto, per punti e per spunti, con l’u­nico scopo di sollecitare qualche utile riflessione.

 

1. L’intenzionalità

Si dice a fine anno: «Non è mai venuto a parlare!». Ma allora, perché non lo abbiamo cer­ca­to, se c’era ne­cessità di comunicare? Perché non gli abbiamo telefonato una sera, visto che ma­gari gli av­visi sul diario non venivano firmati e le lettere forse sono state in­tercettate?

 

2. L’empatìa

Sicuramente voi avete splendidi figli adolescenti, che a scuo­la vi danno un mare di soddisfa­zio­ni e quando an­date “a par­la­re” vi fan­no arrossire per l’orgoglio. Provate invece a calarvi nel­lo stato d’ani­mo di chi vie­ne a ricevere notizie assai meno confortanti: magari il genitore si sente in col­pa perché non può se­gui­re il figlio in quanto, per lavoro, sta tutto il giorno lon­ta­no da casa; si sente giu­di­ca­­to ne­ga­ti­va­mente; teme di non saper sostenere il pro­prio ruolo (e Dio sa quanto è dif­ficile, oggi!); si preoccupa seriamente per il futuro del proprio figlio, con cui sta pro­babilmente avendo forti difficoltà di dialogo… Non vi sembra che basti, per ali­men­­tare in noi un at­teg­gia­­mento fortemente empatico, colla­bo­ra­ti­vo? È chiaro che non ci limi­te­re­mo a questo (per­ché magari rischieremmo per con­tro di rinforzare una cattiva gestione del ruolo), ma vi as­si­curo che un ascolto non giu­dicante è un ottimo inizio per stabilire un rap­por­to.

 

3. Il colloquio “supportivo”

Prendo a prestito un termine dagli psicoterapeuti per evidenziare un altro aspetto del rap­por­to scuola-famiglia che è sovente trascurato: il genitore – per quanto possa es­se­re ina­de­guato – è per noi comunque una risorsa. Noi dobbiamo sostenerlo nello svol­gi­mento del suo com­pito, in­coraggiarlo e dirgli che ce la può fare; e, se ci viene un’i­­dea, spiegandogli come. E che que­sto “come” non sia semplicemente il controllo del libretto e del diario, dei compiti e delle le­zio­ni! Esattamente come noi, i genitori so­no educatori e non poliziotti, devono essere aiutati a stabilire relazioni generative con i propri figli.

 

4. Ancoraggi a rischio

Il docente è, specialmente per il genitore meno acculturato, un esperto di formazio­ne, un pun­­to di riferimento, non so­lo il possessore di una laurea in una determinata materia. Ma at­tenzione: questo pre­sti­gio può cadere se si commettono errori di comunicazione tanto ba­na­li ed evitabilissimi quan­to, purtroppo, comuni. Tipiche frasi da evitare: «Io con suo fi­glio non so più che cosa fa­re...»; «Lo faccia aiutare, io non posso stare dietro a tutti…».

­

5. Puero reverentia

Non dico altro, se non che maxima debetur: sembra ovvio, ma chi è senza peccato sca­gli la pri­­ma pietra. Se il profilo personale e cul­tu­ra­le di uno stu­den­te non vi sembra granché, ri­cor­­datevi almeno che lo scarafone è bel­lo a mam­ma sua. In­si­stere a lungo, in un colloquio, sul grado di durezza di una ca­poc­cia o su comportamenti ri­provevoli, senza dare la sen­sa­zio­­ne della possibilità di una svolta e senza cogliere nessuna po­sitività nel ragazzo, uccide il rap­porto al suo na­scere.

 

6. Gli incontri collettivi

Le assemblee e i consigli di classe “aperti” costituiscono le migliori occasioni per com­piere au­­tentici disastri: per questo io resisto tenacemente contro i genitori che vor­rebbero più riu­nio­ni di questo tipo, e contro la ricorrente idea di convocare tutti quanti (docenti, genitori, stu­­denti) per “confrontarsi apertamente e voltar pagina”.

Lasciando perdere studenti e genitori, e concentrandoci su quello che – in tali oc­ca­sio­ni – di­cia­mo noi, rilevo la preoccupante frequenza di un grave errore comunicati­vo che espone a no­tevole rischio il nostro prestigio professionale.

Alludo alle filippiche cui (umanamente) spesso ci si lascia andare: questi ragazzi non stu­dia­­­no, sono superficiali, sono bambini, sono irresponsabili, sono maleducati, passeggiano nei corridoi… eccetera.

Chi sente queste geremiadi prima di tutto si allar­ma e si chiede dove diamine è andato a fi­ni­re suo figlio (ennesima parentesi: ricordiamoci sempre, per piacere, che alle riunioni ven­go­no soltanto i genitori di quelli che non meritano rimproveri); il genitore non ac­qui­sisce ele­menti utili per comprendere se, al di là della dia­gnosi, i docenti hanno le com­pe­ten­ze per prendere in pugno la situazione; infine, si sen­te colpevolizzato per cose che ac­ca­dono in un contesto (la scuola) in cui, per definizione, non può in­ter­ve­ni­re. Tutto questo genera di­sa­gio e non produce mai sviluppi positivi.

Beninteso, non si vuole dire che i problemi debbano essere tenuti nascosti, o che – peggio – si debba mentire tratteggiando quadri idilliaci che non hanno riscontro nel­la realtà della classe. Piuttosto, è importante che negli interventi la pars des­truens sia immediatamente e si­stematicamente se­guita dalla pars construens, esattamente come nella programmazione di­­dattica (perché vivaddio è quella che il genitore vuole sentire): a­nalisi dei bisogni e dei pro­blemi, seguita da progettazione formativa, con obiettivi, contenuti, metodologie.

Rispettare questa sequenza significa anche trasmettere la sensazione che la classe sia sotto con­trollo e non in balìa dei marosi.

 

7. “Con me stanno buoni”

In pubblico, resistete alla tentazione, questa frase tenetevela per voi. Se vi muovete bene in una si­tua­zio­ne difficile avete già le vostre gratificazioni, senza bisogno di questa pic­cola perfidia.

Penso però che sia necessario dirlo nel consiglio a porte chiuse, cercando di collaborare con i colleghi me­no fortunati e meno esperti, ammonendoli sui rischi cui vanno incontro se – di fronte a genitori e studenti – calcano la mano a sproposito.

 

Chiedo naturalmente scusa per il disturbo a tutti coloro che su questo argomento ave­vano già riflettuto da soli. Buon lavoro, ovviamente, e accin­getevi a sopportare pa­zien­te­men­te le per­sone moleste, perché il cliente ha (quasi) sempre ragione.   

                                                                                 

 

Rozzano, 18 ottobre 2002

 

 

Vostro