“I NODI VENGONO AL PETTINE”

(due pagine per i miei studenti, tutte da discutere,

per una scuola nuova, perché non ci siano più né nodi né pettini)

 

 

Il rapporto quotidiano con gli studenti è la parte più gradevole del mio lavoro, e – mo­destia a par­te – mi riesce abbastanza bene: tanto che, abbastanza spesso, c’è qual­cuno che chiede di u­sci­­re dalla classe, si infila nel mio ufficio e magari ci sta per un bel po’ di tempo (e, con l’oc­ca­sio­ne, sarà il caso di chiedere scusa ai professori, che in­tan­to conducono infruttuose ricerche nei corridoi).

In questa fase finale dell’anno scolastico, il contenuto dei miei colloqui con gli stu­den­ti ri­guar­da (vedi caso) la valutazione finale. I nodi vengono al pettine, come si suol dire: e quindi il ra­gio­namento con lo studente di turno prende le mosse da qual­che votazione contestata o, peg­gio, dal desiderio del ragazzo di esternare il suo scon­forto nel vedere che i suoi tentativi di “ti­rar su” un numero di materie sufficiente a su­perare le forche caudine dei nostri criteri di va­lu­­ta­zio­ne non sono coronati dai successi incautamente spe­rati.

Certamente il preside non può risolvere il problema: ma può almeno approfittare del­­l’oc­ca­sio­ne per fare qualche ragionamento più ampio e generale, che forse vale la pe­na di mettere su carta, seppur in modo asistematico, a beneficio di tutti: anche di quelli che, pur avendo gli stes­si problemi, non vengono a tro­var­mi.

 

1. Il voto non è una variabile indipendente

Per me è sempre stato ovvio che una votazione scolastica sia direttamente propor­zio­­na­le (con un’ap­prossimazione di più o meno un decimo) alla conoscenza della ma­te­­ria: dove per cono­scen­za della materia si intende la sua progressiva se­di­men­ta­zio­ne, e non già l'apprendimento confuso e meccanico (e soprattutto molto labile) che si ottiene con una “studiata” pri­­ma del­l’in­terrogazione o del compito in classe.

Invece noto sempre più che per i ragazzi non è così: il vo­to “sufficiente” per molti di lo­­ro è il frut­to di un colpo di fortuna o (che è ancor peggio) di una benevola concessio­ne che il pro­fes­so­re dispensa a sua discrezione, per compassione o “per simpatia”, ma­­neggiando con più o meno crudeltà, secondo i casi, il “coltello” che tra­di­zio­nal­men­­te impugna “dalla parte del manico”.

Piccolo e tragico corollario: purtroppo i genitori ne sono altrettanto convinti.

 

2. La scuola non è fatta per giocare a guardie e ladri

Molti studenti purtroppo concepiscono la scuola come un gioco crudele in cui l'inse­gnante-gat­to cerca con ogni mezzo di acchiappare lo studente-topo, il cui scopo fon­damentale sarebbe di con­seguenza quello di “fregare” l'insegnante con tutti i mezzi leciti e illeciti: dalle tra­di­zio­na­lis­sime copiature alle più moderne assenze tattiche (del tipo: se ho già due sei non metto a re­pen­taglio la sufficienza sottoponendomi al­la terza verifica).

È perfettamente ovvio che, in una concezione di questo tipo, in cui il valore formativo delle di­sci­pline non viene preso in alcuna considerazione, studiare costantemente è una stra­tegia di so­­pravvivenza troppo dispendiosa, che spesso non porta a risultati mol­to diversi quegli stu­den­ti “babbi” che, essendo assolutamente privi di furbizia, so­no costretti ad adottarla in man­can­za di meglio.

Qui, le posizioni dei genitori sono più sfumate: anche se di papà e mamme non di­spo­nibili ad aval­lare un'assenza tattica, purtroppo, negli ultimi anni ne ho visti po­chi, troppo pochi. 

Di fronte a questa situazione, posso anche ammettere che la scuola abbia le sue col­pe storiche; pos­so anche convenire, purtroppo, che esistono docenti che giocano il pro­­prio rapporto con la clas­se sul piano puramente autoritario; ma non posso ras­se­gnarmi ad accet­tare, nella scuola del ventunesimo secolo, questo genere di rap­por­ti.­

 

3. Il voto non conta niente

La domanda provocatoria che pongo di consueto, sia ai disperati che ai reclamanti, e che pro­du­ce regolarmente risposte sbigottite, è la seguente: “Ma, del voto, cosa te ne frega?”

Domanda strana, forse, ma legittima, se rivolta a chi non ha fatto nulla per un anno in­tero e ha dimostrato nei fatti di infischiarsene allegramente di quello che si faceva a scuola; ma - ag­giun­go - domanda ancor più legittima se rivolta a ragazzi, come quel­li di oggi, per i quali il ti­to­lo di studio non garantisce, come succedeva invece in passato, l'au­tomatico accesso a una de­ter­minata posizione lavorativa. Possibile che nessuno ci pensi? 

 

4. Non si viene a scuola per essere promossi

Anche questa affermazione, che faccio altrettanto spesso, suscita sbigottimento: tan­to più se la pro­nuncia il capo di istituto che, agli occhi degli studenti e delle famiglie, dovrebbe essere il più intransigente custode del misterioso diritto della scuola e degli insegnanti di giudicare e mandare secondo ch'avvinghiano.

Io credo invece che, una buona volta, si debba trovare il modo di chiarire finalmente che non è questo che ci inte­res­sa, e soprattutto che non è la promozione a dover interessare gli studenti (e i loro ge­ni­tori, per i quali la promozione è un ottimo paravento, spesso, dietro il quale na­scon­dere ogni genere di problemi irrisolti nel rapporto con propri figli).

Dirò di più: se si viene a scuola per staccare il cartellino, un an­no dopo l'altro, con assoluta in­dif­ferenza per il significato di quello che si sta fa­cen­do, è meglio proprio non venirci, uscire dal­l'ipocrisia e cercare di fare qualcosa di più utile.

Quello che conta, invece, è la crescita culturale e personale che attraverso la scuola e le di­sci­pli­ne che vi si impartiscono si riesce ad ottenere. Sarà bene che si cominci a capire - a scuola, sì, ma anche a casa - che una promozione arraffata in qualche mo­do all'ultimo minuto, dietro la quale non vi sia alcun reale processo di crescita, è mol­to peggio di una bocciatura: que­st'ul­ti­ma, almeno, costringe a riflettere.

 

Su queste faccende bisognerà, una buona volta, che si cominci a discutere: seriamen­te e spre­giu­dicatamente, nelle classi e nelle case, nei collegi docenti e nei consigli di classe.

Nel ventunesimo secolo, deve essere possibile un nuovo patto formativo (quanti ne ho letti in giro per le scuole, uno più assurdo e aberrante dell'altro, tutti fatti di do ut des, e mai positivi, mai costruttivi, mai capaci di prefigurare un futuro costruito insieme) basato sulla pre­sa di co­scienza di tut­to ciò che ho illustrato qui sopra: e questa rise of consciousness deve por­tar­ci a un'al­­leanza strategica di lungo periodo, non più soltanto ad un semplice patto di non bellige­ran­­za fra soggetti che si presuppongono ostili.

Questa alleanza strategica non si fonda sui registri e sui decimali, ma sui saperi; non sull'au­to­ritarismo gratuito, ma sull'autorevolezza e sulla forza di persuasione che caratterizzano un'e­sperienza culturale matura (quella del docente) capace di fungere da modello meto­do­lo­gi­co per chi sta ini­ziando a costruire la propria. Difficile? Forse, ma non certo impossibile. E, so­­prat­tutto, indispensabile, perché la scuola sia legittimata ad esistere e non diventi un sem­pli­ce contenitore del malessere e del disagio che oggi col­pi­sco­no, indiffe­ren­te­mente, sia chi ap­pren­de materie inerti senza percepirvi alcun legame con il tumultuoso momento di crescita per­sonale che sta vi­ven­do, sia chi sale quotidianamente in cattedra sfiduciato in par­­tenza, già rassegnato all'en­ne­si­ma svalorizzazione della sua cultura e del suo compito professionale.

 

Vincere questa sfida, cioè arrivare a definire una mission che tutti sentano propria, significa trasformare un'ottima scuola in una grande scuola: che è quella in cui gli studenti sanno es­se­re protagonisti della propria formazione umana e della propria crescita culturale, e in quan­to tali lavorano “con” e non “contro” i loro professori. È quella in cui i professori abbandonano il ruolo di cinghia di tra­smissione e propongono problemi e stimoli, sanno leggere bisogni e do­man­de, sono capaci di accom­pa­gnare lo studente nella sua personale ricerca di risposte.

 

Pensiamoci, tutti quanti, ma fra qualche settimana, quando l'orgia delle interrogazioni e dei com­piti in classe sarà finita: per adesso cerchiamo di “tirar su” più mate­rie che possiamo, e che Dio ce la mandi buona.

Se non avete preoccupazioni, buon per voi; se avrete debiti, siate seri, studiate e recuperateli; se invece proprio non andrà be­ne, non consolatevi con un supe­ralcolico (come scia­gu­ra­ta­men­te suggerisce la ra­dio ai tifosi la domenica), ma con una birret­ta: e soprattutto fatene tesoro.

 

Buone vacanze, e affettuosi auguri a tutti.

 

 

Rozzano, 20 maggio 2002

                                                                                              Marco Parma