LA STORIA E LA SCUOLA

 

Scrivo queste note dopo aver letto il gradevole articolo di Giovanna Mezzatesta sulla recente polemica innescata dalla deliberazione del Consiglio Regionale del Lazio, che ha deciso di sottoporre ad esame i libri testo di storia attualmente in uso nella scuola secondaria.

Giova ricordare che a quella presa di posizione seguì l’inaugurazione di una lista telematica di proscrizione, destinata ad includere tutti i Docenti che, non paghi delle aberrazioni contenute nei testi, osassero insistere nel proporre una visione marxista della storia.

Più che l’esame di Storace (di cui sono sinceramente curioso di conoscere gli esiti, sempre che vi siano: la mia modesta esperienza di politica attiva mi porta a ritenere che all’effetto dell’annuncio non farà seguito alcun provvedimento concreto), è la lista di proscrizione ad inquietarmi: perché mi fa venire in mente le stelle gialle, a sei punte, cucite sui cappotti, e la casa di Anna Frank, che ho visitato di recente e che suggerisco anche agli Studenti che magari, muniti di "Inter-Rail", si accingono a visitare Amsterdam e i suoi "coffee-shop".

Entrando nel merito, rilevo in primo luogo la presenza di un problema sostanziale che, nella foga della polemica, nessuno (che io sappia) ha evidenziato: il marxismo, oltre ad aver ispirato il famigerato comunismo, è uno strumento di analisi della realtà storico-sociale, che riesce ad essere tuttora valido, soprattutto quando riesce ad evitare (come accade nelle opere dei migliori studiosi) il rischio dell’unilateralità e del meccanicismo deduttivo.

Esistono, è vero, altre chiavi di lettura dei fatti storici, di matrice idealistica o religiosa. Esse suggeriscono, indubbiamente, forti e affascinanti visioni teleologiche, ma non è detto che si attaglino altrettanto bene alla lettura e all’interpretazione dei fatti concreti. In questo esercizio la concretezza dei materialisti riesce sicuramente meglio.

Ho ricordato tutto questo perché, se è vero che esiste una forte presenza marxista negli studi storici, le ragioni non sono bassamente politiche, ma (anche) culturali.

Veniamo adesso alla questione che sta a cuore a Storace e, per opposti versi, alla sinistra, cioè al modo di proporre allo studente la storia recente.

Qui c’è un problema di fondo: richiamato - se non sbaglio - da Mario Pirani sulle colonne di "Repubblica". La scienza storica (che nella visione moderna è "scienza": umana, ma comunque scienza a tutti gli effetti, e non più opus maxime rhetoricum") si nutre dell’accumulazione di indagini scientifiche sui documenti disponibili, di studi parziali e settoriali, sui quali poi può fondarsi una corretta sintesi eventualmente trasferibile in un manuale scolastico.

Per le vicende del secolo scorso non mancano certamente le ricerche serie e documentate di valenti studiosi: basti pensare alla monumentale opera di De Felice sul fascismo. Tuttavia, non si possono dimenticare alcuni altri aspetti, che pregiudicano negativamente la possibilità di fornire sintesi manualistiche obiettive e attendibili: i documenti necessari spesso risultano tuttora coperti da segreto; le ricostruzioni storiche sono, altrettanto sovente, condizionate dalle opportunità politiche del momento (non so come sarebbe stato accolto, nel 1950, un libro sulla Resistenza intitolato, come quello di Claudio Pavone "Una guerra civile") e soprattutto manca, per gli eventi più recenti, un approfondimento di natura non giornalistica delle questioni in campo.

E’ quindi inevitabile che, parlando della guerra in Vietnam o della Rivoluzione Culturale cinese, si corra spesso il rischio di inserire nei libri di testo affermazioni corrive, generiche e di matrice ideologica, per mancanza di certezze scientifiche. Alcune di esse mi sembrano francamente rozze e inaccettabili, perché tendono effettivamente a proporre una visione unilaterale e non dialettica dei fatti: non propongo citazioni perché già i giornali, specie di destra, ne hanno fatte parecchie e - devo dire - non tutte a sproposito.

Dal punto di vista dell’educatore, non posso certamente appoggiare la soluzione semplicistica proposta da chi vorrebbe contrapporre ai famigerati "comunisti" un’opposta visione ideologica: perché il problema verrebbe risolto sul piano della mistificazione, che è sempre, totalmente e radicalmente, estranea alla buona pedagogia. Non sarebbe nemmeno un’operazione pagante dal punto di vista politico: perché la storia studiata sul manuale (anche sul miglior manuale, e con il miglior professore) è destinata ad essere dimenticata il giorno stesso dell’interrogazione.

Suggerirei pertanto di educare, attraverso lo studio della storia, lo spirito critico dello Studente: perché, qualunque partito governi, per la nazione è molto meglio annoverare in sé spiriti liberi piuttosto che cervelli indottrinati. Se questo è ciò che si vuole, inevitabilmente il manuale è destinato a un grigio stand-by: cioè al solo compito di fornire una sintesi di massima sui problemi che non si ha tempo di analizzare direttamente.

Per contro, l’attività didattica - lungi dal consistere in una parafrasi del libro di storia - dovrebbe prevedere attività di concreta ricerca storica: a mio avviso, sin da quando si inizia lo studio di questa materia, ogni anno se ne dovrebbe proporre almeno un'esperienza. Attraverso il fare, i nostri ragazzi imparerebbero che la conoscenza del passato è un patrimonio in divenire: e - soprattutto - che questa conoscenza si sviluppa attraverso un processo scientifico rigoroso. Essa quindi mal sopporta le generalizzazioni arbitrarie propugnate dall'ideologia dominante del momento: di qualunque colore essa sia.