ISTRUZIONE AGRARIA E RIFORMA

 

Rozzano, 23 febbraio 2002

 

I vari documenti dei Dirigenti Scolastici degli istituti tecnici agrari, dedicati alla collocazione dell’istruzione tecnica agraria nel quadro della scuola superiore riformata peccano, a mio giudizio, di precipitazione e – nella loro natura esclusivamente difensiva – mi sembrano del tutto inadeguati al livello del dibattito in corso.

Penso che ci sia tempo e modo di svolgere con calma alcune riflessioni, nell’intento di elaborare una proposta che non sia meramente difensiva dello stato di fatto.

Questa elaborazione muove dai seguenti punti di partenza:

1. Il governo intende articolare l’istruzione superiore su due canali, quello liceale e quello professionale; in questo quadro tutta l’istruzione tecnica entra in crisi, perde il suo ruolo intermedio e va "o di qua, o di là", e dovunque vada non se la passerà bene. Nemmeno, per capirci, i ragionieri che oggi festeggiano il loro "liceo economico" senza tener conto che qualcosa (di non secondario) per loro cambierà: a partire dalla quantità delle iscrizioni.

2. Ciò che necessariamente deve cambiare, perché un qualsivoglia istituto tecnico diventi liceo, è il curricolo. Secondo me il liceo (per quanto modernizzato e "tecnologico") ha tre caratteristiche di fondo:

a) è spiccatamente propedeutico e non specializzante;

b) come tale, privilegia le materie teoriche "fondamentali" (italiano, inglese e altra lingua UE, matematica, chimica, fisica…) e riserva uno spazio residuale alle materie caratterizzanti;

c) mira a produrre in uscita uno studente orientato e indirizzato, sì, ma non vincolato in partenza a scelte specifiche.

3. I nostri studenti (parlo dei miei, degli altri non so) ricorrentemente rivendicano una maggiore professionalizzazione; lamentano la ridotta (a volte nulla) quantità delle esercitazioni pratiche; classificano come "inutili" dal punto di vista lavorativo materie (quali ad esempio l’inglese e la matematica) che tali possono essere solo per chi non ambisce ad impieghi di alto contenuto concettuale.

Alla luce delle considerazioni di cui sopra, mi pare che gli obiettivi possibili siano essenzialmente due, di opposta natura ma entrambe dignitosi.

1. Fare formazione professionale non è una sorta di vergogna o di diminutio. Tuttavia comporta l’impegno a contribuire alla revisione dei curricoli e degli orari in direzione di una più marcata operatività. Dal punto di vista dell’impegno a livello politico, è palese che questa ipotesi non comporta per noi nessuna particolare pressione lobbystica, ma semmai la necessità di intervenire con tempestività in sede tecnica.

2. L’ipotesi di inserire i nostri Istituti nell’ambito dei licei è possibile secondo me solo a condizione di "associarsi" ad altri istituti tecnici (penso in primo luogo ai geometri del progetto "CINQUE") anch’essi fortemente orientati alle professioni collegate all’ambiente e al territorio, rinunciando a un’eccessiva specificità in funzione della valorizzazione del curricolo comune: ciò che è fortemente specifico (zootecnia, agronomia) potrebbe inserirsi nell’ambito di un curricolo opzionale che dovrebbe comunque esserci.

Non nascondiamoci però, prima di coltivare questa prospettiva, pur interessante, che essa comporta inevitabilmente la necessità di comprimere lo spazio degli insegnamenti tipici dei nostri istituti, e del tutto conseguentemente, andrebbe a ridurne il personale docente.

Sono comunque certo che, se l’intento condiviso è quello di mantenere gli istituti tecnici agrari nel canale formativo liceale e non nell’istruzione professionale, ogni arroccamento su posizioni meramente difensive dello stato di fatto sarebbe perdente, come lo è sempre chi dice di no senza trattare e senza fare controproposte. Per entrare nel dibattito con possibilità di successo si deve abbandonare l’enfasi sulla specificità e ricercare convergenze con altri.

Concludo dicendo che abito da troppo poco tempo l’istruzione agraria per poter pretendere di esprimere pareri qualificati su questa materia: ma proprio perché sono ancora in parte spettatore ho sentito il dovere di rappresentare i rischi che comporta l’abitudine (che mi sembra diffusa) a percepirsi come corpo staccato dal resto del mondo dell’istruzione superiore italiana.

Con i migliori saluti.

IL DIRIGENTE SCOLASTICO

Marco Parma