SCUOLA: IL RIFIUTO DELLE FINTE RIFORME

Il mondo della scuola non approva il riordino dei cicli, e non so chi se ne possa stupire.

I giornalisti, in questi anni di grandi (presunte) riforme non hanno fatto molto di più che trascrivere le veline ministeriali, senza mai darsi pena di approfondire un minimo l’argomento. Invece, noi che nella scuola ci siamo ogni giorno abbiamo colto nella politica scolastica di questo governo una dose notevole di dilettantismo, improvvisazione e malafede.

Dilettantismo, perché la scelta di unificare la scuola di base - adottata per principio su suggerimento di alcuni consiglieri del principe e non suffragata da un parere tecnico univoco e attendibile, né da esperienze straniere altrettanto univoche e convincenti - ha come unico effetto quello di stressare e allarmare inutilmente i Docenti della scuola di base, oltre che di produrre seri problemi ai Comuni, che da decenni fino ad oggi si sono regolati sull’ordinamento vigente per costruire i loro edifici scolastici: adesso si dice loro (che non hanno nemmeno i soldi per l’ordinaria manutenzione) di attrezzarsi per ospitare sette anni di scolarità in un unico edificio: vedremo che succederà.

Improvvisazione, non solo perché i diversi provvedimenti adottati in questi anni, lungi dal costituire "un unico disegno riformatore" sono del tutto slegati fra loro; ma, soprattutto, si è battuta in breccia la struttura amministrativa che (lentamente e farraginosamente) funzionava, per sostituirla con il nulla: il che potrebbe accettarsi se tutti poteri decisionali fossero stati trasferiti alle scuole autonome, mentre non è, viceversa, amministrativamente sostenibile allorché si decide di mantenere (anzi, di accentuare ferocemente, financo accollando allo stato tutti i bidelli del reame) la gestione centralistica del personale, con lo scopo evidente di tutelare il potere parassitario delle burocrazie sindacali.

Malafede, perché mentre si accreditava presso l’opinione pubblica l’idea che le scuole sarebbero divenute autonome e i loro Dirigenti "manager", si sono firmati contratti di lavoro che blindano privilegi obsoleti del personale e ne mortificano la professionalità, con la contropartita umiliante di un salario che è variabile indipendente e risulta di fatto scarso per chi lavora e troppo elevato per chi, indisturbato e protetto, batte la fiacca e scredita la scuola.

In questi anni alle scuole sono stati persino negati i pochi soldi normalmente trasferiti ai loro bilanci, con il risultato di costringerle a non investire o - se hanno avuto l’imprudenza di farlo - a non pagare i fornitori. L’Istituto da me diretto non ha ricevuto un centesimo dei fondi dovuti per l’anno 2000, e la mia richiesta di reintegro del fondo di cassa giace inevasa dall’estate scorsa: perché il Provveditorato di Milano non ha ancora ricevuto una lira da Roma. Sappia la gente che il "bonus fiscale" si costruisce anche così, cioè a danno del diritto allo studio dei loro figli.

Ci vorrebbero decine di pagine per spiegare tutto per filo e per segno: ma non vale la pena di scriverle perché nessuno avrebbe la pazienza di leggerle. La scuola di stato viaggia, nell’indifferenza generale, verso un destino di subalternità o forse verso la rovina.

Per salvarla da questo destino sarebbero servite proprio le cose che né Berlinguer né De Mauro hanno fatto: reclutare il personale, a cura delle scuole, sulla base della statura culturale e della capacità didattica, anziché con farraginosi, iniqui concorsi e con rovinose leggi sul precariato; dedicarsi seriamente a formare i Docenti affinché sappiano trasmettere i saperi del terzo millennio; riscrivere i programmi d’insegnamento; pagare il personale, non prima di aver ben chiarito alcune cose, e precisamente le seguenti: che non è possibile avere stipendi europei e produttività italiana, così come non è possibile aumentare contemporaneamente sia gli stipendi sia il numero dei docenti; che in un sistema misto di pubblico e privato le regole dovranno essere le stesse per tutti.

Invece, una politica scolastica ipocrita e opportunistica ha mortificato proprio coloro che credono nella scuola, che (come me) ci lavorano per scelta di vita e non per caso, e da anni si battono per il rinnovamento della didattica, affinché da una scuola finalmente seria non escano analfabeti, ma giovani formati e capaci di sostenere le sfide del villaggio globale.

Quando per anni si lavora, pervicacemente, per demotivare e mortificare gli operatori più volonterosi, non si ha il diritto di meravigliarsi della ribellione generale all’ennesimo pasticcio, a una finta riforma dai contorni confusi e incerti, che produrrà solo problemi e nessun miglioramento reale del basso livello culturale medio della Nazione: che, governata così, non è destinata a un grande avvenire, e si vede.