GLI SCIOPERI STUDENTESCHI IN UN COLLEGIO DOCENTI DEL 1919

 

Per la seduta, turno pomeridiano, dopo le lezioni, parlai per primo io su invito del preside: la piaga degli scioperi di studenti si era aperta con la fine del secolo scorso, gli elementi più irresponsabili della borghesia, studenti di veterinaria e di farmacia (che andavano all’Università dalla seconda liceo) e poi di medicina, fatti propri i novissimi metodi della lotta di classe operaia, scioperavano per certi privilegi goliardici, cantar forte canzoni sconce aspettando il professore, proibire alle matricole l’accesso ai due primi banchi e simili; poi la trista moda era stata seguita anche dai barabbotti dei licei per l’obbligo degli esami di licenza liceale, poi col secol nuovo eran sopravvenuti i "motivi ideali", l’università italiana a Vienna e a Trieste, la rimozione del generale Asinari di Bernezzo cantato dal Pascoli; finché con la Libia, me testimone, le capitanerie dei porti siculi e calabresi telefonavano ai licei e istituti perché mandassero le folle studentesche a far onore ai reduci. E qui cominciarono i ben distinti mugolii di un Invernizzi dell’Inferiore, stripe di grandi affittavoli della bassa cremonese, buon diavolaccio del resto, con altri più sordi da me non identificati. Continuai imperterrito a spiegare che la scuola era un servizio pubblico, che il diritto di sciopero era contestabile – e contestato – per gli operai addetti a tali prestazioni di "pubblica utilità", che inconcepibile era uno sciopero per un servizio pubblico di utilità e importanza capitale come il nostro – almeno per un paese che voleva esser civile – ; che ridicolo poi, anzi io dissi "bestiale", era che un servizio pubblico venisse sabotato proprio da chi di questo servizio fruiva gratuitamente o quasi, volevo dire da parte degli studenti e delle relative famiglie, per i quali disertare, o lasciar disertare, le lezioni era la stessa inconcepibile cosa che un rifiuto degli inquilini di casa mia ad aprir la chiavetta dell’acqua potabile o del gaz. E qui, siccome quell’Invernizzi – quello che una volta per liquidar la questione di Fiume aveva proposto di dar i pieni poteri a Mussolini – seguitava a mugolarmi contro, io, persa la pazienza, gli feci: - Tu, Invernizzi, hai sotto di te in seconda mia figlia, buon per te che l’inferiore non ha scioperato, se no una denuncia mia al procuratore del re "per mancata custodia di minore" non te l’avrebbe risparmiata neanche il tuo Mussolini – . E il buon preside cav. uff. Pagàn disse: - E in prisòn ci sarei finito io –. Sulla quale battuta press’a poco finì anche la seduta, ché i presenti guardavan l’orologio pensando alla lezione privata che avevan già perso o alla cena di cui stava per suonar l’ora: ripeté straccamente il preside che "oramai l’era acqua passata", e nessuno avendo chiesto di parlare, mise malcontento ai voti la mia proposta di "accertamenti e provvedimenti riguardanti i fatti del 28 maggio u.s."; risultati proclamati: presenti 16, voti contrari 14, voti favorevoli 2.

(da Augusto Monti, "I miei conti con la scuola", Torino 1965, pp. 178-179)