SCUOLA PRIVATA E SCUOLA DI STATO

 

Mi piacerebbe vivere in un Paese nel quale i problemi - una volta inquadrati e definiti dal punto di vista politico - venissero affrontati e risolti sul piano tecnico-legislativo, coerentemente e senza ipocrisie.

L’obiettivo comune di entrambe gli schieramenti che attualmente si fronteggiano in Parlamento (tutt’e due condizionati da una robusta componente cattolica e assai sensibili alle parole d’ordine di Oltretevere) pare sia, appunto, quello di disegnare un sistema di scuole pubbliche in cui la componente statale non abbia connotati monopolistici.

Io ritengo che la politica abbia tutto il diritto di definire la "architettura" del sistema scolastico nazionale; e - se prevale la volontà di promuovere un sistema misto, introducendo elementi di concorrenzialità fra scuola statale e scuola privata - è bene che si adottino i provvedimenti legislativi e amministrativi conseguenti, anziché tentare di soffocare la questione in provvedimenti pasticciati come la cosiddetta legge sulla parità scolastica, o come i buoni-scuola della Regione Lombardia.

Sarebbe serio, innanzitutto, rimuovere dalla Costituzione le parole "senza oneri per lo stato", a proposito della scuola privata. L’abrogazione di quelle cinque parole non solo avrebbe fatto chiarezza sulle scelte politiche, ma avrebbe aperto la strada ad altri provvedimenti adeguatamente supportati sul piano della legittimità ed effettivamente coerenti con gli obiettivi assunti.

Non essendovi, invece, chiara volontà politica, nessuno (che io sappia) si è fatto carico di proporre provvedimenti di legge ispirati ai sottoobiettivi necessariamente conseguenti alla finalità generale di costruire un sistema misto e concorrenziale: creazione di un sistema ispettivo e valutativo indipendente, imparziale ed efficiente; omologazione delle condizioni contrattuali del personale scolastico, qualunque sia il datore di lavoro; obbligo di accogliere tutti gli utenti, senza discriminazione alcuna; parità di costo per l’utente (quindi: buono-scuola, oppure rimborso delle rette della scuola non statale).

Proprio il fatto che queste fondamentali condizioni di parità non vengano minimamente (da nessuna delle parti in causa) prese in considerazione, mi induce a dubitare della chiarezza e dell’onestà degli intenti dei vari soggetti in campo: presumo che, da una parte, vi sia la volontà di venire incontro, in termini finanziari, a pressioni lobbistiche delle gerarchie ecclesiastiche, e che dall’altra vi sia l’intento di erodere gradualmente la quota di mercato della scuola statale, lasciandola nell’impaccio dei suoi innumerevoli vincoli e sostenendo finanziariamente le scuole private, più economiche, snelle e flessibili, ponendo le scuole statali autonome in una prospettiva decisamente darwiniana.

Spesso si ricorda che un allievo di scuola privata costa circa il 40% in meno, rispetto a un allievo della scuola statale. Per quanto si debba essere cauti in questo tipo di valutazioni (vi sono aspetti tecnici su cui sarebbe il caso di condurre qualche approfondimento), si può da un lato affermare che il rilievo è fondato, e dall’altro individuarne le ragioni sostanziali: i diversi contratti di lavoro dei docenti, che penalizzano fortemente i colleghi che lavorano nella scuola privata, e le rigidità organizzative, che condizionano soltanto la scuola di stato. I Docenti delle scuole private non solo guadagnano un bel po’ di meno: per loro non esistono neppure le cattedrine di 14-15 ore, né tanto meno le ricche guarentigie attribuite al personale statale (prima fra tutte, la sicurezza assoluta del posto di lavoro: garantita anche in caso di matrimoni in municipio o di peccaminose convivenze con persone divorziate); le scuole private non sono neppure obbligate a rispettare le tabelle organiche del personale non docente; non hanno, se non per scrupolo di forma e a paga modestissima, un Dirigente.

Non vorrei che si credesse che, a causa della minor retribuzione, nella scuola privata sia inferiore la qualità media dei Docenti: non soltanto ho visto accedere alle private alcuni miei valenti colleghi di università, ma anche nelle recenti sessioni di abilitazione ho avuto modo di apprezzare il valore e la statura culturale di molti Docenti di scuola non statale, che facevano registrare esiti spesso migliori di quelli mediamente raggiunti dai "precari" della scuola di stato. Il motivo di questo stato di cose è evidente: il reclutamento dei Docenti avviene secondo le modalità normalmente adottate dalle aziende, e non passando per il nostro noto, quotidiano ciarpame di graduatorie, punteggi, carichi di famiglia, corsi abilitanti, precedenze di tipo A e di tipo B, concorsi ordinari (su questi ultimi prometto di intrattenermi, ma solo dopo aver concluso le operazioni in cui sono attualmente impegnato), concorsi riservati, e quant’altro.

Già ora, io rivendico il diritto per ogni scuola di espletare i propri concorsi e di reclutare da sola il proprio personale: ma lo farei con ancor più forza se dovessi "stare sul mercato" a tutti gli effetti. Oggi, infatti, la limitata concorrenza del privato consente di assorbire gli effetti negativi degli insegnamenti di bassa qualità (ne fanno le spese - e già questo non è poco - soltanto gli studenti): ben diversa sarebbe la situazione, se un utente potesse rivolgersi a parità di condizioni a un istituto concorrente che possiede insegnanti selezionati esclusivamente sulla base della competenza e della capacità.

Un altro problema di non poco conto è costituito dalla natura "pubblica" a tutti gli effetti che le scuole private dovrebbero assumere: nonostante le positive valutazioni che esprime Cristina Grespan nel suo intervento in "Piero News", non ho mai visto le scuole private di prestigio (che sono poi, salvo rare eccezioni, quelle cattoliche) così desiderose di accogliere (se non in modo molto selettivo e talvolta strumentale) ragazzi "difficili", portatori di handicap, stranieri e pluriripetenti. Non è problema da poco, dato che le componenti decisive della buona scuola sono due: chi insegna e chi impara.

Non basta: chi controlla la qualità del servizio e la conformità ai parametri fissati a livello nazionale? Nonostante sia definito come un obiettivo prioritario da almeno quindici anni, il sistema di valutazione del servizio scolastico nazionale è ancora di là da venire: sebbene la sua esistenza e la sua funzionalità costituiscano - con ogni evidenza - il prerequisito indispensabile di un sistema formativo che si vuole fondare sull'autonomia e sul pluralismo dei soggetti erogatori.

Sono perfettamente consapevole del fatto che, agli occhi di molti, le considerazioni che ho svolto non hanno importanza alcuna. Mi pare, infatti, che la maggior parte di coloro che intervengono sul problema sia ispirata da pregiudizi ideologici: da una parte vi è la volontà (poco lungimirante) di perpetuare indefinitamente il monopolio statale dell'istruzione, demonizzando e marginalizzando il più possibile la scuola privata; dall'altra, vi è soltanto la volontà di far affluire maggiori risorse alle casse degli istituti religiosi e garantire a un maggior numero di famiglie di fruirne.

Secondo me, seppure da opposti punti di vista, entrambe le posizioni prospettano alla scuola di stato un futuro poco positivo: i primi, perché tendono a far credere che la scuola si possa ancora a lungo sottrarre a una benefica concorrenzialità (e quindi tendono a scoraggiare sia l'innovazione, sia il principio di economicità nell'erogazione del servizio); i secondi, perché sono portati a creare due ambiti separati nel sistema scolastico, lasciando allo stato il compito di gestire le situazioni di marginalità e di bisogno, come peraltro già accade in molti paesi a sistema misto.

Pertanto, non sono portato a condividere nessuna delle due posizioni che si fronteggiano rumorosamente su questo problema: aspetto che si imposti un ragionamento serio e si discuta nel merito delle questioni concrete, avendo come scopo comune e condiviso quello di garantire una buona formazione ai nostri giovani e - di conseguenza - un futuro dignitoso alla nostra Nazione.

Sono fondamentalmente convinto che - in un quadro di regole chiare e certe, e soprattutto uguali per tutti i soggetti erogatori - la scuola di stato possa far valere, anche in una situazione concorrenziale, sia la sua qualità didattica, sia l'insostituibile valore aggiunto costituito dal pluralismo ideologico e culturale che da tempo la contraddistingue. Tuttavia, questa qualità e questo valore potrebbero essere dispersi e distrutti se - anziché adottare soluzioni chiare ed eque - si ricorresse a forzature o a scorciatoie ambigue: ad esse non potremo che opporci.