"TENERE LA DISCIPLINA": UN FALSO PROBLEMA

 

Per me insegnante "mantener la disciplina" non è mai stato un problema: timidissimo da piccolo – e da uomo, da vecchio – in presenza di grandi o di conoscenze nuove, in me ogni timidezza spariva tosto che mi trovavo davanti un pubblico qualsiasi, o invitati alla premiazione della scuola Moy, o spettatori nel teatrino dov’io studente in vacanza con le figliuole del professor De Giorgis o più tardi – molto più tardi – folle di comizianti in campagne elettorali; e così quando per la prima volta mi presentai al "pubblico" di quei venti tecnicotti alla Pacchiotti di Giaveno, io non feci altro che recitare la mia parte, e quei ragazzi miei spettatori ci si divertirono e qualcuno d’essi ritrovato più tardi mi raccontava d’aver avuto voglia allora di "battere le mani". Quanto a me, poi, non dirò studioso di pedagogia ma sperimentatore di metodi didattici, la disciplina non ha costituito mai una questione a sé stante, bensì sempre si è risolta nel più vasto problema dell’educazione e dell’insegnamento: condur bene i ragazzi, "tenerli bene" come diceva il Fraccaroli, insegnar bene, e poi tutto nella scuola andrà bene, anche la "condotta", dei ragazzi. Mantener disciplinati gli alunni vorrà dir semplicemente divertirli divertendoti, istruirli imparando, interessarli al comune lavoro scolastico; cointeressamento, anzi "cointeressenza" alla scuola, partecipazione al lavoro della scuola e ai miei profitti, cioè proprietà, comproprietà, della scuola fra insegnanti e alunni; conquistare – acquistare – la scuola, cioè la scolaresca, farla cosa tua, farti tutt’uno con essa, come con la tua donna con la tua famiglia la tua azienda la tua patria. "Severità" e "indulgenza" in tutto questo non c’entrano, codesta non è più questione di metodo ma di indole, di natura dell’insegnante: io per esempio in iscuola mi son sempre attenuto alla severità e me ne sono sempre trovato bene, ma ho fatto così perché io ero severo per carattere per tradizione e per educazione; non escludo che risultati altrettanto buoni altri abbia potuto ottenere con altrettanta indulgenza. Però dovendo ricominciare ricomincerei con la severità, con il rigore: la scuola è la vita, in quanto prepara alla vita, ora la vita non è mai indulgente – per nessuno – anzi è severa, è esigente, sempre più con gli anni e con i tempi; tu insegnante, i tuoi scolari devi allenarli, temprarli in vista delle inevitabili difficoltà della vita per il loro bene, qui parcit virgae odit filium suum, proprio perché ami quei tuoi figliuoli tu devi usar con essi (idealmente) la virga, se non lo fai procuri il loro danno, li mandi allo sbaraglio inermi e nudi, prepari in essi il terreno per le delusioni, le angosce, le disperazioni. In una scuola così intesa evidentemente non c’è da una parte la condotta e dall’altra il profitto; non c’è posto, in una scuola tenuta così, per negligenza, disattenzione, indisciplina.

 

(da Augusto Monti, "I miei conti con la scuola", Torino 1965, pp. 180-181)